san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
I Domenica dopo la Dedicazione - 25 Ottobre 2020 - Mandato Missionario
Luca 24, 44-49a

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso».

1st Sunday After The Dedication - 25 October 2020 - Missionary Mandate

Luke 24, 44 : 49a

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Commento:
Io mi ricordo, e mi ricorderò per sempre, di quella volta che sono andato a visitare una missione sul Rio delle Amazzoni, all’Equatore, un territorio immenso che i Padri del Pime coprivano a pezzi, ognuno si prendeva una zona, cosicché in un anno rivedevano almeno una volta tutti gli abitanti di quel territorio in cui non ci sono strade, ma soltanto fiumi nella foresta e che, pur essendo grande quasi quanto l’Italia, contava sessantamila abitanti.

Quando uno di questi padri andava, come loro lo chiamavano, in “desobriga”, riceveva l’assoluzione in articulo mortis, perché era un pericolo mortale quel viaggio in mezzo alle foreste infestate di serpenti e di animali. Un giorno, un certo padre Titta doveva partire per il suo turno e mi disse: “Vieni anche tu!”. Io non ho capito l’umorismo con cui me lo disse; risposi subito di sì e andai. Venne la sera e lo vidi, a un certo punto, mettersi dei gambali che gli arrivavano fino all’anca e poi sorridendo, introdursi in un pantano. La melma gli arrivava sopra il ginocchio. Impiegava un minuto per fare un metro e c’era una nuvola di insetti che gli dava fastidio. Ero lì fermo a guardarlo e lui mi disse: “Non puoi venire più avanti”. Doveva fare otto ore di notte di quella fatica per andare a trovare uno, che lì chiamano “caboclo” (vale a dire uno di quegli indigeni che vivono tirando fuori la gomma dagli alberi, guadagnandosi pochi centesimi), per andare a trovare uno, uno!

Io mi rivedevo ancora in quella posizione mentre il padre missionario se ne andava con quella fatica e ogni tanto si voltava a salutarmi con un sorriso ironico. Pensavo: “Rischia tutta questa fatica, rischia la vita per andare a trovare un uomo che non ha forse mai visto e mai rivedrà: un solo uomo”. E di fronte al sole cadente, io mi ricordo che avevo negli occhi molto di più che la luce accecante, avevo negli occhi l’idea grande che mi venne su nell’anima: “Che cos’è il cristianesimo? É l’amore all’uomo, non all’umanità, ma all’uomo, cioè a ogni figlio di madre”.

Come dice il Papa - che quando parla di umanità ripete sempre: “Parlo di ogni uomo”, e ogni tanto dice: “tu”-, il cristianesimo è l’amore all’uomo che solo Dio poteva avere, può avere (un amore più grande di quello di una madre). “Cristo, Dio fatto uomo per amore dell’uomo, ha dato se stesso per me ed è morto per me”, diceva san Paolo. Non esiste nessuna realtà umana, nessuna impresa umana che guardi all’uomo in questo modo, che guardi all’uomo come persona e guardi alla persona come essere che ha un destino non paragonabile, irriducibile, un destino eterno. Tutto ciò che l’uomo fa, qualsiasi uomo per l’altro uomo, in fondo, anche nel migliore dei casi non può evitare quello che osservava un filosofo laico come Kant: “Non può fare l’uomo per l’altro uomo qualche cosa senza che ci sia una sfumatura di interesse, un criterio di contropartita, un’aspettativa”.

La purità assoluta, la vera gratuità, si chiama “carità”, nel senso letterale della parola, perché in greco gratuità si dice charis.  Questo è possibile solo per chi cerca veramente di seguire Cristo come quel Missionario. Cristo è la salvezza dell’uomo, Colui che assicura alla madre che farà un figlio la ragionevolezza dell’avvenimento, Colui che assicura all’uomo l’eternità del suo destino e il compimento della sua inesauribile sete di perfezione o di soddisfazione o di felicità.

(Lettera di L.G. 1983)