san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
VI Domenica dopo l'Epifania - 16 Febbraio 2014 (A)

Matteo 12, 9b-21

In quel tempo. Il Signore Gesù andò nella sinagoga; ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata. Per accusarlo, i farisei domandarono a Gesù: «È lecito guarire in giorno di sabato?». Ed egli rispose loro: «Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene». E disse all’uomo: «Tendi la tua mano». Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra. Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; / il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. / Porrò il mio spirito sopra di lui / e annuncerà alle nazioni la giustizia. / Non contesterà né griderà / né si udrà nelle piazze la sua voce. / Non spezzerà una canna già incrinata, / non spegnerà una fiamma smorta, / finché non abbia fatto trionfare la giustizia; / nel suo nome spereranno le nazioni».
 

Commento:

Carissimi,

                Il racconto dell'evangelista Matteo che abbiamo ascoltato descrive l'azione di Gesù in tre sequenze che nella loro semplicità, per alcuni aspetti sorprendente, come vedremo, diventano lo spunto per trarre qualche riflessione e insegnamento per noi.

Il primo momento è costituito da una affermazione del Signore che proclama: “È lecito in giorno di sabato fare del bene”. Una affermazione così dirompente per il mondo religioso e culturale da cui proviene da meritargli una contrapposizione violenta (“...tennero consiglio contro di lui per farlo morire”). Questo ci mostra la grande libertà e il grande coraggio con cui Gesù esprime il suo pensiero e ci fa riflettere sulle nostre timidezze, sulle nostre convenienze di cui magari teniamo conto nell'esprimere ciò che abbiamo in mente.

La seconda sequenza traduce in azione coerente la Parola che Gesù ha rivelato. Egli assume per così dire la responsabilità diretta del proprio parlare. Nel miracolo di guarigione si esprime così non tanto, non solo, la potenza del Signore, ma potremmo dire la sua autorevolezza, la sua credibilità. Gesù fa quello che dice. Anche questo aspetto probabilmente ha suscitato l'ira dei farisei. La nostra distanza frequente da questo atteggiamento del Signore si è tradotta addirittura in un banale proverbio (“Tra il dire e il fare...”). Perciò anche da questo punto di vista siamo chiamati qualche volta a conversioni radicali, personali e sociali. Quante affermazioni vuote, quanti proclami disattesi abbiamo ascoltato e magari pronunciato!

Il terzo momento del racconto evangelico è costituito dall'invito, anzi dalla richiesta perentoria di Gesù di non parlare dei fatti accaduti (“Impose loro di non divulgarlo”). Questo un po' ci sorprende. Perché non dirlo? Perché non utilizzare l'occasione propizia almeno per accreditarsi, per difendersi in un contesto già piuttosto ostile. Tutto l'episodio nasce, infatti, da una provocazione dei farisei (“Per accusarlo, i farisei domandarono a Gesù: ‘E' lecito guarire in giorno di sabato?’”).
Come sappiamo, le risposte possibili che spiegano la richiesta di Gesù sono molteplici: il desiderio di non essere equivocato, non voler essere strumentalizzato, compiere la profezia di Isaia che parla di un servo umile e nascosto. Ciò che noi cogliamo è comunque un senso di grande discrezione, di grande misura nello stare dentro le cose, che Gesù ci dimostra.

Forse se osserviamo complessivamente le sequenze di questo episodio, in cui Gesù dalle parole passa coerentemente ai fatti, che vengono poi mantenuti in una cornice di pacata riservatezza, possiamo cogliere come una armonia, una semplicità profonda, una qualità del vivere che può insegnarci molto. Soprattutto nel nostro mondo fatto troppo spesso di chiacchiere, di vuoto e di spettacolarizzazione di ogni sciocchezza. Cercare una qualità interiore del vivere, alla luce del Vangelo, questo può essere l'insegnamento conclusivo che traiamo dalla nostra riflessione.
Per questo possiamo terminare con la citazione di una pagina famosa del grande teologo e martire D. Bonhoeffer che ci illumina:

Noi ci troviamo al centro di un processo di involgarimento che interessa tutti gli strati sociali; e al tempo stesso ci troviamo di fronte alla nascita di un nuovo stile di nobiltà che coinvolge uomini provenienti da tutti gli strati sociali attualmente esistenti. La nobiltà nasce e si mantiene attraverso il sacrificio, il coraggio e la chiara cognizione di ciò cui uno è tenuto nei confronti di sé e degli altri; esigendo con naturalezza il rispetto dovuto a se stessi e con altrettanta naturalezza portandolo agli altri, sia in alto che in basso. Si tratta di riscoprire su tutta la linea esperienze di qualità ormai sepolte, si tratta di un ordine fondato sulla qualità. La qualità è il nemico più potente di qualsiasi massificazione. Dal punto di vista sociale questo significa rinunciare alla ricerca delle posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta della cerchia intima degli amici, significa saper gioire di una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica. Sul piano culturale l'esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio al libro, dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all'arte, dallo snobismo alla modestia, dall'esagerazione alla misura. Le quantità si contendono lo spazio, le qualità si completano a vicenda.  (Resistenza e Resa. 1943)

                                                                                 don Gian Piero