san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
VI Domenica di Pasqua - 5 Maggio 2013 (C)
Giovanni 16, 12-22

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».
Commento:
Carissimi,

             Anche quest'oggi la pagina del Vangelo che la Liturgia ci propone fa parte del grande discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel contesto dell'Ultima Cena, così come è raccontato dall'Apostolo Giovanni. Le parole di Gesù sono tutte rivolte al futuro, quasi per invitare i discepoli a guardare avanti, oltre la contingenza del momento, che nella drammaticità del congedo risulta a loro incerto e incomprensibile (“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”). Il futuro di cui parla Gesù, che evidentemente è quello della sua risurrezione, quello della Pasqua, sarà caratterizzato dalla presenza dello Spirito, che guiderà i credenti a tutta la verità, e manifestando una nuova vicinanza di Gesù (“Vi vedrò di nuovo”) offrirà una gioia definitiva (“Nessuno potrà togliervi la vostra gioia”).

Sono due, quindi, per così dire, le caratteristiche del futuro che Gesù offre ai suoi, e quindi anche a noi oggi, discepoli del terzo millennio. Anzitutto, la dimensione di una presenza, quella di Gesù stesso, che attraverso lo Spirito Santo non abbandona i suoi amici. Il futuro di Dio è fatto di incontro, di comunione, non di solitudine e abbandono. In secondo luogo, l'esperienza di una gioia che non si disperde, che non finisce, che rimane perenne.

Non è difficile cogliere, quindi, che in queste parole del Signore viene raffigurato il presente, che è quello segnato talvolta dalla fatica, dalla tribolazione, e il futuro che è quello dell'eternità offerta a noi se ci mettiamo alla sequela di Gesù. Il Vangelo di oggi può diventare, dunque, l'occasione per riflettere su questa dimensione fondamentale della vita cristiana. Soltanto nella prospettiva della eternità può trovare significato il nostro vivere quotidiano.

Il Vangelo diventa allora risposta a una domanda che di tanto in tanto affiora nella nostra vita. Che manifesta la distanza incolmabile tra le nostre aspettative e la loro effettiva realizzazione. Una domanda che a volte non abbiamo neppure il coraggio di porci. Una domanda che è fatta di due sole parole, che è diventata quasi retorica rispetto a tante dimensioni dell'esperienza. Così è formulata: “Tutto qua?”. Ce lo chiediamo davanti a una relazione sulla quale avevamo posto tante attese e che si è rivelata deludente. Oppure davanti a un traguardo agognato, ma che si dimostra poi piccola cosa. O addirittura di fronte alla propria lunga vita, che alla fine viene percepita nella sua inesorabile finitezza. “Tutto qua?”, questa è la tentazione davanti all'esistenza per ciò che umanamente essa è, se siamo lontani dalla eternità che nella fede in Gesù sostiene e orienta i nostri giorni. Per questo chiediamo nella preghiera il dono della speranza, affidandoci in modo particolare in questo mese di maggio all'intercessione di Maria Santissima.

Concludiamo facendo nostre le parole di S. Agostino che nel suo commento ai Salmi dice:

“La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione in due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua.
Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L'altro invece, dopo la fine dei digiuni, lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo alleluia.”

don Gian Piero