san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
IV Domenica di Quaresima (del cieco nato) - 15 Marzo 2015

Giovanni 9, 1-38b

In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». 

 

Commento:

Il battesimo è chiamato «illuminazione» già nel periodo neotestamentario (cf Eb 6,4; 10,32).

L’esito dell’illuminazione è la contemplazione di Dio: non con l’intimità singolare del Figlio, rivolto ab aeterno nel grembo del Padre (cf Gv 1,1 e 18); nemmeno con la familiarità unica che Mosè intratteneva con JHWH, il quale «parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (Es 33,11; cf Lettura); ma con la capacità di offrire la nostra vita quotidiana come sacrificio spirituale a Dio gradito per «progredire ancora di più e fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani» (1 Ts 4,10-11; cf Epistola).

La stupenda pagina del Vangelo (Gv 9) - perfetta nella sua costruzione narrativa - svetta su tutto e induce a sostare in modo particolare sul punto di arrivo dell’itinerario di colui che, nato cieco, è guarito dalla propria cecità incontrando Gesù e arriva a fare la sua prostrazione  dinanzi a quell’Uomo, il «Figlio dell’Uomo», punto di arrivo di tutta la creazione secondo il progetto divino e della rivelazione stessa dell’eterno Dio.

La sezione di Gv 9,1 - 10,21 ha diverse analogie con Gv 5,1-49: l’invalido, come il cieco, sono la figura del popolo ridotto a una condizione di impotenza e di cecità. «Aprire gli occhi ai ciechi» è anche il modo in cui il Secondo Isaia (Is 42,6; 49,6; con l’anticipazione in Is 35,5. i0) parla della missione del Servo di Jhwh.

D’altra parte, non mancano correlazioni con Gv 3, l’incontro con Nicodemo, proprio a riguardo del tema del «nascere, rinascere, nascere dall’alto». Quest’uomo-carne è davvero in una condizione di tenebra, che non gli ha ancora permesso di comprendere il senso della vita in relazione al progetto originario di luce-vita che Dio manifesta attra¬verso Gesù.

Come con il segno dell’invalido (Gv 5) e della condivisione dei pani (Gv 6), il racconto del cieco (Gv 9,1-12) è seguito da un discorso dialettico, con diversi interlocutori polemici. Lo scopo della rivelazione di Gesù è di mostrare un progetto di comunità in cui tutti ritrovano la loro originaria dignità, quella di essere figli nel Figlio Gesù, una comunità in cui tutti gli uomini e le donne di ogni stirpe possono costruire un solo gregge sotto l’unico pastore.

Dopo la narrazione del segno (vv. 1-12), sta un discorso polemico i cui estremi sono evidenziati dall’inclusione dei vv. 16 e 33. Da una parte, la sentenza senza appello dei farisei che dicono: «Un uomo così non è da Dio»; dall’altra, il riconoscimento da parte del cieco che afferma: «Se uno così non fosse da Dio». L’esperienza mette in crisi una teoria e le certezze teologiche vacillano.

Ecco il senso delle tre scene di inquisizione che seguono: a) la prima prende le mosse dalla costatazione che Gesù ha operato quel segno di sabato, per cui in base a un principio si vorrebbe cancellare l’accaduto (vv. 13-17); b) la seconda scena cerca di annullare l’evidenza del segno, interrogando i genitori del cieco (vv. 18-23); c) infine, nella terza scena, vi è l’estremo tentativo di far dimenticare l’accaduto, cercando di convincere il cieco a screditare Gesù (vv. 24-34); dal momento però che si mostra ostinatamente attaccato a lui, viene espulso dalla sinagoga.

Da ultimo, ormai emarginato dalla sua comunità, colui che era stato cieco incontra Gesù che lo invita a prendere posizione per poter sperimentare un nuovo modo di vivere la dedizione a Dio «in spirito e verità» (vv. 35-38): Gesù è il Figlio dell’uomo, che riporta la storia umana alla sua piena umanizzazione e dignità, evitando di precipitare in una sempre peggiore ferocia bestiale (cf la visione di Dn 7).

In sintesi, questa è la dinamica del racconto, perfetto in ogni sua parte:
a) vv. 1-12: il segno compiuto da Gesù
i) vv. 1-5: le opere di Dio e la cecità
ii)  vv. 6-12: guarigione e scoperta della luce
b) vv. 13-34: inquisizione polemica
i) vv. 13-17: il sabato e la divisione tra i farisei
ii)  vv. 18-23: tentativo di negare l’accaduto interrogando i genitori
iii) vv. 24-34: tentativo di separare il cieco da Gesù
c) vv. 35-38: l’incontro con Gesù
L’incontro di Gesù con il cieco è fortuito: «di passaggio» (vv. 1-2). La cecità di quell’uomo però diventa subito un motivo di discussione teologica. Giobbe, nonostante tutto, non è riuscito a scalfire il bisogno di quella ingiusta teodicea, che per confessare la giustizia di Dio deve trovare una qualche ragione di colpa nell’uomo, allora come oggi. Le discussioni rabbiniche registrano prese di posizione che affermano la possibilità del feto di peccare sin dal grembo materno, e altre che attribuiscono in ogni modo la colpa ai genitori.

Gesù non risponde al problema di chi sia la colpa, ma allude al valore simbolico della condizione di colui che è cieco (v. 3). Costui ha bisogno anzitutto di capire che cosa sia la luce per poterla desiderare, come il popolo oppresso ha bisogno di capire prima che cosa sia la chiamata alla libertà di essere figlio di Dio per volerla poi raggiungere.

Questa è l’opera alla quale si è chiamati «finché è giorno» (vv. 4-5). È il giorno del Figlio dell’uomo, il sesto, prima che cali la notte e si entri nel «settimo giorno» di Dio, quello del riposo escatologico. È il compito messianico che Isaia aveva dato al Servo di JHWH: «perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7); «Io ti renderò luce delle nazioni, perché tu sia la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).
vv. 6-12: L’allusione alla creazione dell’umanità di Gn 2,7 o alla condizione umana (cf Gb 10,9; Is 64,7) è decisiva anche per la comprensione della luce, che è “scoperta” per la prima volta dal cieco, pur essendo essa la prima delle opere di Dio (Gn 1,3-5).

La guarigione non avviene subito. Vi è bisogno di collaborazione del cieco. Egli deve accettare la luce e fare la sua opzione fondamentale di stare dalla parte di Gesù: «Venne fra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,11-13).

«Egli andò, si lavò e tornò vedente». Dopo aver adempiuto quanto gli era stato chiesto da Gesù, quest’uomo ha cominciato a capire qualcosa di nuovo e veramente importante circa il senso dell’essere uomini secondo il progetto di Dio. Il dono dello Spirito ha rigenerato in lui quanto Dio avrebbe voluto gli fosse donato sin dall’inizio della sua vita.

Nei versetti seguenti (vv. 8-12) vi è la prima reazione davanti al cambiamento radicale prodotto nella vita del cieco che, a cominciare dai vicini, viene interrogato da tutti perché racconti quanto è avvenuto. Di certo vi è che quell’uomo, seguendo le istruzioni di Gesù, è arrivato a vedere: colui che prima giaceva anonimo a mendicare - non è infatti riportato il suo nome - ora è visto libero e indipendente proprio grazie all’opera di Gesù. Partendo dal cieco guarito, si vorrebbe quindi arrivare a capire qualcosa di più circa quell’uomo che si chiama Gesù (allusione all’etimologia del nome, «Jhwh salva»?).

vv. 13-17: La prima scena di inquisizione prende avvio dalla costatazione che Gesù ha operato quel segno durante uno sabbàt: in base all’interpretazione di un comandamento si vorrebbe cancellare l’accaduto. Gli interlocutori del cieco sono ora i Farisei, il gruppo senza dubbio più religioso e osservante di quanti stavano a Gerusalemme. L’analisi dell’accaduto, come di nuovo è testimoniato dall’interessato guarito, crea una opposta interpretazione tra i Farisei, che è messa bene in luce dalle due frasi citate dal narratore nel v. i6. Da una parte, potremmo dire, i legalisti: «Un uomo così non è da Dio, perché non rispetta il sabato! Dall’altra, stavano invece i dubbiosi che si lasciano toccare dall’accaduto: «Come potrebbe un peccatore fare segni così?». La divisione tra loro è tanto forte che si decide di riconvocare il testimone scomodo e porre a lui la domanda diretta (v. 17): «Per averti aperto gli occhi, tu che dici di lui?». La risposta è essenziale e precisa: «Un profeta!». Se per i Farisei, questo titolo sembra essere eccessivo, per il punto di arrivo cui mira il narratore è solo un titolo approssimativo e incapace di rendere ragione dell’identità di Gesù. Tuttavia, mentre in Gv 5 il tema della violazione dello sabbat è centrale, nel racconto del cieco esso è solo un tema marginale, come appare dalle due scene di inquisizione seguenti (vv. 18-23 e 24-34), il cui centro è dato dalla discussione sul potere taumaturgico di Gesù e dalla domanda circa la sua identità. Dietro queste scene di inquisizione si notano dei movimenti “a caleidoscopio” tra la vita di Gesù e l’esperienza delle comunità giudeo-cristiane delle prime generazioni verso la fine del I secolo.

vv. 18-23: La seconda scena d’inquisizione sposta l’attenzione sui genitori di colui che era cieco, cercando di distruggere tramite la loro presa di posizione una prova decisiva sulla falsità del cambiamento di quest’uomo che era cieco. Soprattutto nei vv. 22-23, che motivano la presa di posizione dei genitori, vi è un’importante notazione che permette di addurre una prova per la datazione del Quarto Vangelo: infatti le prime mosse giudaiche che espellono dalla sinagoga coloro che avessero riconosciuto il messianismo di Gesù di Nazaret sono da datare verso il 90 d.C. Quanto detto a proposito dei genitori del cieco reinterpreta gli scontri “verbali” che si sono avuti sia durante il ministero di Gesù (cf Lc 4,28-29), sia durante l’apostolato itinerante dei primi discepoli (cf Mt 10,17 e molti racconti degli Atti).

La situazione tratteggiata da questa seconda scena d’inquisizione non riproduce quindi la società della Gerusalemme del tempo di Gesù, ma piuttosto la situazione della diaspora alla fine del I secolo, quando sono soprattutto i giudeo-cristiani a trovarsi ostracizzati dalle comunità giudaiche.

vv. 24-34: Infine, nella terza scena d’inquisizione, vi è l’estremo tentativo di far dimenticare l’accaduto, cercando di convincere direttamente il cieco a screditare Gesù. La storia è narrata in modo magistrale e dà davvero l’impressione che il narratore abbia vissuto tante volte - personalmente o no, poco importa - la polemica contro i Farisei/Giudei.

Le risposte dei discepoli, poste sulla bocca dello stesso cieco, sono altrettanto precise: attraverso di lui Dio ha fatto udire sorti, ha ridato la vita ai ciechi e dunque costui non può essere un peccatore (vv. 30-31). I discepoli usano l’argomento caro ai giuristi: contra factum non valet argumentum «non c’è argomento che tenga di fronte alla prova dei fatti».

vv. 35-38: Quando Gesù incontra colui che aveva riacquistato la vista, un volta espulso dalla sinagoga, prende lui stesso l’iniziativa per portare a compimento l’opera di illuminazione che era stata iniziata con il segno della guarigione.

Il racconto si conclude al v. 38, che va mantenuto nella sua interezza. Togliere la «prostrazione» finale non è corretto dal punto di vista critico.

Il verbo «prostrarsi» è il gesto tipico dell’adorazione nel tempio (oppure davanti al re). Una prostrazione nuova «in spirito e verità» è anche il punto di arrivo della manifestazione di Gesù alla donna di Samaria (cf 4,20-21). Gesù, il Figlio dell’uomo, è la storia in cui si incarna la presenza del Padre. È il nuovo santuario, non più circondato da un recinto sacro, ma dentro una vicenda umana. Colui che è stato cacciato dalla sinagoga si incontra con colui che è stato cacciato dal tempio: nel nuovo santuario, che è l’umanità di Gesù, colui che ora è vedente può mettersi in comunione con lui per realizzare le opere di colui che è stato inviato dal Padre, finché è giorno.

(Tratto dal  Commento Biblico di Gianantonio Borgonovo)

PER LA NOSTRA QUARESIMA

1. Il Vangelo narra il vangelo.
Ogni evento in lui era vita,
la luce per gli uomini era quella vita.
E la luce brilla nelle tenebre. [...]
Veniva nel mondo la luce vera che rischiara ogni uomo.
Era nel mondo e mediante lui fu il mondo, eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne tra i suoi, ma i suoi, lui, non l’accolsero.
A quanti però l’accolsero ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel nome di lui, i quali, non da sangue, né da desiderio carnale,
né da volontà umana, ma da Dio sono stati generati (Gv 1,4-5. 9-13).
Il segno per colui che è nato nella cecità, illumina la parola del Prologo del Quarto Vangelo. Già si dava a conoscere lo scontro tra luce e tenebra, tra accoglienza e rifiuto. Nessun accomodamento. Da sempre si affrontano: per percepire la tenebra fuori e interiormente occorre la luce. Per contrasto, non c’è continuità.
Luce che rivela, senza accecare.
La luminosità, la luce non si intrattiene con la tenebra.
La luce fa esplodere la tenebra: riceve accoglienza o rifiuto.
Vedere con gli occhi della fede o rimanere nel buio nell’incredulità.
Gesù guarisce gli occhi dell’uomo condotto, trascinato da lui,
che niente chiede e niente attende.
Vede e deve dar ragione della luce.
Un balbettio all’inizio, che dice qualcosa dell’immensità dell’amore ricevuto nel gesto di Gesù. Ritorna alla vita e si incammina con le parole a dire l’evidenza dei suoi occhi aperti.
Cerca di dare nome a colui che, passando, si è fermato a guarirlo: un uomo chiamato Gesù, un profeta.
Colui che è nato nella cecità solo una cosa sa: «prima ero cieco e ora ci vedo».
«Noi sappiamo.»: i Farisei invece sono sempre sicuri del fatto loro.
Sono sicuri che Gesù non viene da Dio, perché... non osserva il sabato e dicono: «Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore».
«Io non so.»: nel processo che i capi del popolo intentano all’uomo nato cieco questi dà prova di una sorprendente saggezza. Non sa e non se ne vergogna.
Ripete: «Non so». Questa affermazione non è reticenza dovuta alla paura, come quella dei genitori, ma è un’ammissione spontanea e sincera.
Pedagogo perdente dei discepoli di Mosè: «Questo il bello, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi!». E viene gettato fuori.
Gesù ritorna per condurre alla confessione di fede colui che ora vede: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. Il passo alla luminosità della fede è sempre un incontro vivo con Gesù, la risposta al suo invito. Un incontro “originario”, di nuova nascita.
La luce vera, per chi è nella tenebra.
L’acqua per chi ha sete della vita.
Il pastore che insegna e guida il camminare.
La porta per entrare nella sua dimora.

(F. CECCHETTO, Testi inediti)


2. Nessuna tenebra, per quanto fitta, fa disperare che una qualche luce, o qualcosa della luce, possa penetrare in essa. [...] Ma c’è forse qualcosa nella luce che non sia essa stessa luce, qualcosa che non si risolva in luce? Per questo simbolizza la riuscita, il compimento. [.]
Quando nell’istante nascente, lei sopraggiunge, si apre, nel più oscuro dell’essere umano, qualcosa che prelude alla speranza.

(M. ZAMBRANO, Dell’aurora, Traduzione ed edizione italiana a cura di E. LAURENZI (Le Vie 9), Marietti 1820, Genova 2000, p. 58)