san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
III Domenica di Quaresima (di Abramo) - 8 Marzo 2015

Giovanni 8, 31-59

In quel tempo. Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».

Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio».

Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.


 
 

Commento:

Per entrare nel testo

Il brano riflette all’inizio una situazione ambigua, quella di alcuni “giudei” che hanno prestato fede a Gesù ma che ricevono da lui l’invito a mettere in pratica il suo messaggio. È, dunque, possibile un assenso a Gesù che però non ne tragga anche le conseguenze per la propria vita. Il suo messaggio produce la libertà, che viene soltanto da Dio, non dall’appartenenza a una stirpe. Per Gesù, essere figlio si dimostra con la vita, non con la semplice nascita. Chi nel suo modo di procedere è bugiardo e omicida, non ha Dio come Padre, per fedele che egli si professi, ma ha come padre il Nemico dell’uomo. Era questo il caso dei dirigenti giudei, che sotto un pretesto religioso volevano uccidere Gesù. La vita che dà Gesù è molto al di sopra di quella che si acquista con la stirpe, perché è quella definitiva, quella che non conosce fine; essa rende uguali gli uomini e rende indifferente la loro provenienza etnica.

La pericope si divide in due parti. La prima (8,31-47) inizia con un invito di Gesù ad attenersi al suo messaggio, che darà la libertà; questo provoca una reazione indignata; i suoi antagonisti affermano che è sufficiente appartenere alla stirpe di Abramo per essere liberi; Gesù risponde che tale stirpe non garantisce la libertà (8,31-36). Gesù nega che i giudei abbiano come padre Abramo, perché non lo imitano nel modo di agire, e insinua che in realtà hanno un padre diverso (8,37-40). I giudei, poiché comprendono che Gesù attribuendo loro un’altra paternità si riferisce velatamente all'idolatria, si proclamano fedeli all’unico Dio. Gesù allora, argomentando dalla loro condotta omicida, li va incalzando fino a dichiarare che il padre, da essi imitato nella loro condotta, è il Nemico (il diavolo), l’omicida fin dal principio. Essi non procedono da Dio (8,41-47).

La seconda parte (8,48-58) registra il contrattacco dei “giudei”; nelle loro tre invettive (8,48.52.57) tacciano Gesù di follia, esplicitamente o implicitamente. Gesù risponde, affermando in primo luogo che la vita che egli possiede e comunica esclude la morte: pertanto è superiore a quella che si riceve da Abramo (8,48-51). Questo suscita una seconda invettiva, e poi si arriva al discorso sul rapporto fra Gesù e Abramo. Gesù risponde dicendo che essi non conoscono Dio e che la sua ( = di Gesù) persona causò la gioia di Abramo (8,52-56). Dinanzi allo sprezzante commento dei giudei, egli lancia la sua affermazione decisiva: come Messia, egli precede Abramo (8,57-58). La pericope si conclude con un tentativo di lapidare Gesù e con il suo ritorno alla clandestinità (8,59).

Riassumendo

I. Invito alla libertà e offensiva di Gesù (8,31-47):
     8,31-36: La stirpe di Abramo non è libera, ma schiava.
     8,37-40: Due padri?
     8,41-47: Procedono dal Nemico, non da Dio.
II. Contrattacco giudaico e risposta di Gesù (8,48-58):
     8,48-51: Gesù datore di vita definitiva.
     8,52-56: Abramo e il giorno del Messia.
     8,57-58: Il Messia precede Abramo.


Sintesi

Con la capacità di darsi agli altri, lo Spirito fa fare l’esperienza di Dio come Padre e forma il vero discepolo. Di fatto, l’adesione a Gesù, con la quale si riceve lo Spirito, mette il bene dell’uomo al di sopra di ogni istituzione umana e spinge a dedicarglisi senza riserve, rompendo con i sistemi oppressivi. L’esperienza del Padre dà all’uomo la libertà di figlio, che lo rende capace di realizzare in se stesso il progetto creato¬re.

Chi non fa tale esperienza d’amore è schiavo, prima di tutto perché, non conoscendo Dio come Padre, lo concepisce come un Dio di potere che sottomette l’uomo, legittimando con questo ogni tirannia.

Ciascuno si definisce per la sua opzione: o si pone incondizionatamente in favore dell’uomo, come Gesù, ed è così figlio di Dio, oppure si pone contro l’uomo, rendendosi complice dell’oppressione. Tale opzione radi¬cale ispira la condotta, che costruisce o distrugge l’uomo: quale sia l’opzione di ciascuno, si rivela nel modo di operare, al di là di ciò che le parole o i credi affermano.

(da J .Mateos, J. Barreto, Il Vangelo di Giovanni, Cittadella Ed.)


Per approfondire

Come possiamo ben vedere, tre sono, fondamentalmente, i termini che costituiscono la trama di questo testo (il testo come un tessuto): verità, libertà, padre (controlla sul testo).

La libertà viene dal riconoscere e dal vivere la nostra verità. Tale verità si compie nel “rimanere” (= vivere)* nella parola di/che è Gesù. In che cosa consiste tale nostra verità? In una vita vissuta da discepoli di Gesù, cioè in una vita da figli del Padre così come il Figlio (Gesù) la vive. Una vita così non sarebbe una nostra possibilità se il Figlio, donandoci il suo Spirito, non rendesse anche noi figli e, quindi, liberi di stare davanti a Dio da figli amati e capaci di amore.

È la Pasqua di Gesù (cf. Gv 8,28) che ci fa figli nel Figlio, veri, liberi di amare.
Questo cammino può trovare un ostacolo insormontabile nella presunzione di essere già figli, veri, liberi grazie ad altro, indipendentemente dall’essere discepoli di Gesù e dal ricevere da lui il dono della figliolanza-verità-libertà.
Questo “altro”, questo idolo, può essere il mito della stirpe (“noi siamo figli di Abramo”) ma anche qualunque altra cosa che ci desse l’illusione di essere capaci di realizzare noi stessi a prescindere dalla sequela del Signore Gesù. Questa “schiavitù” è un rischio, dice Gesù, anche per quelli che “hanno creduto in me”.
Come si manifesta? Nella presunzione, nel vivere senza radicarsi nella Parola del Vangelo, nel diventare anche violenti e falsi quando qualcuno (innanzitutto la Parola di Dio) ci mette in discussione o anche, senza arrivare dove sono arrivati i “giudei”, nel tagliare fuori dalla nostra vita chi ci provoca ad una vita più vera e più evangelica.

Come i “giudei” non siamo veramente disposti a riconoscere il nostro peccato, ne restiamo schiavi e viviamo non da figli del Padre ma come figli dell’altro padre, menzognero fin dal principio, padre di ogni falsità e, ultimamente omicida. Questo secondo padre ci vorrebbe morti come figli, vorrebbe morta l’umanità che è in noi: così come ha tentato di fare con Adamo ed Eva continua, anche con noi, a tentare di farci rinnegare Dio Padre perché, da figli di Dio siamo ridotti ad essere schiavi.

Ci ha provato anche con Gesù (cf. le tentazioni e il Getsemani). Ma Gesù, il Figlio, è “rimasto” nel Padre diventando così la sorgente della vita da figli di Dio in noi  e facendo di noi delle sorgenti di vita per tutti i figli di Dio.

*Per il legame tra rimanere e vivete cf. la metafora della vite e dei tralci in Gv 15

Per pregare

Prova a pregare il Padre nostro dopo aver meditato questa pagina. Che effetto ti fa?