san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
II Domenica dopo la Dedicazione - 4 Novembre 2012 (B)
Luca 14, 1a. 15-24

Un sabato il Signore Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei. Uno dei commensali gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
Commento:

Carissimi,
                se volessimo tradurre la pagina di Vangelo di oggi in termini per così dire moderni, diremmo che gli invitati a questa gustosa cena hanno “declinato” l'invito. Che è qualcosa di diverso dal rozzo rifiuto. È certamente un modo gentile, educato per dire di no. La modalità con cui gli invitati si giustificano, infatti, esprime quasi un dispiacere (in effetti si scusano), motivato in diversi modi da questioni che assomigliano tanto a delle incombenze, degli impedimenti che sono intervenuti non contro l'invito stesso, ma piuttosto prima, oltre. “Mi sono appena sposato” dice uno dei tre. In altre parole, non si tratta di un rifiuto secco, dettato da un disaccordo, da una divergenza. Non è un dire apertamente “Non mi va, non mi interessa o che altro...”, ma piuttosto un diplomatico “Vorrei ma non posso”.

Per questo i protagonisti di questa pagina evangelica somigliano tanto a noi. Non siamo contrari al Vangelo, non siamo fra coloro che apertamente lo osteggiano o lo ignorano, ma di fatto Gesù sta in mezzo alle altre mille cose della vita, e spesso capita che ci stia nel momento sbagliato in cui esattamente “Vorrei ma non posso”. Tutto questo spiega, inoltre, una grande ambivalenza che caratterizza molte questioni del nostro vivere. Da una parte,  magari abbiamo fatto delle scelte, ma d'altra parte ne siamo condizionati, e contemporaneamente le utilizziamo per ripararci dall'impegno in ciò che invece veramente vale. Ci possiamo domandare, allora, se siamo veramente capaci di essere liberi, e soprattutto di dare proporzione e priorità alle scelte del nostro vivere quotidiano.

Vi è inoltre un'altra considerazione che possiamo aggiungere alla nostra riflessione.  Essa riguarda la figura, le caratteristiche di questi invitati troppo impegnati per poter accettare la proposta della cena. Sorprende un poco constatare che in fondo si assomigliano tutti, almeno in due tratti. Il primo è quello della solitudine, il secondo è quello del possesso. Sono, infatti, molto occupati ad avere qualcosa, o qualcuno: il terreno, i buoi, la moglie (è interessante notare che nella precedente traduzione era scritto: “Ho appena preso moglie”).
La solitudine e la preoccupazione di possedere sono, quindi, le caratteristiche che ostacolano l'accoglienza dell'invito al banchetto del Regno. La seconda soprattutto è evidentemente attraente, ma al tempo stesso finisce con il condizionare, limitare la possibilità di scegliere: “Vorrei ma non posso”.

L'insegnamento, l'esortazione che possiamo, quindi, raccogliere è trasparente. È importante ritrovare nella fede il criterio più vero per dare consistenza o ridimensionare le cose della vita, per non restarne impigliati e, alla fine, imbrogliati. Se sapremo accogliere l'invito del Vangelo, l'invito alla cena gustosa del Padre, potremo scoprire la dimensione autentica della festa, del dono, della comunità, lasciando magari alle spalle troppo affanno per le cose materiali da conquistare e la solitudine per difenderle.

don Gian Piero