san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
II Domenica dopo la Dedicazione - 3 Novembre 2013 (C)
Matteo 22, 1-14

In quel tempo. Il Signore Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Commento:
Carissimi,
               
              Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi ci richiama, attraverso la parabola raccontata da Gesù, il mistero della nostra chiamata alla salvezza. Il re che invita al banchetto di nozze è evidentemente il Signore che vuole la redenzione e la gioia di tutti i suoi figli. Un desiderio che si manifesta anche verso gli ultimi, “buoni e cattivi”, specifica la parabola.

Questo stesso racconto è riportato anche dall'evangelista Luca, il quale tuttavia omette il particolare conclusivo raccontato in Matteo, quello cioè dell'invitato presentatosi senza l'abito nuziale. Possiamo allora soffermarci su questa conclusione originale di Matteo per trarre qualche insegnamento. Quale può essere, infatti, il significato di questa circostanza?

Si potrebbe considerare anzitutto che l'atteggiamento maleducato di quest'uomo evoca per noi la mancanza di una risposta autentica all'invito di Dio. Il Signore vuole la nostra salvezza, ma essa passa anche dal nostro assenso, dalla nostra accoglienza.
Al tempo stesso si potrebbe dire che, come questo invitato, anche noi talvolta non sappiamo cogliere il senso della differenza nelle situazioni e, quindi, riduciamo la vita a un flusso ininterrotto uguale a se stesso di cose da fare e di atteggiamenti ripetitivi. Infine, ed è forse questo l'insegnamento che possiamo raccogliere, nell'immagine dell'uomo senza abito nuziale, presente alla festa sembra quasi per caso, possiamo cogliere la nostra stessa vita nella quale poco o nulla è straordinario.

Infatti, spesso ci capita di guardare all'esistenza come se tutto o quasi fosse ovvio, scontato, per non dire dovuto: la salute è ovvia, la giovinezza è ovvia, la famiglia pure, come anche l'amicizia. Anche la fede finisce con essere considerata tale. Al punto che talvolta ci sembra di concederci nel fare qualcosa, nell'aderire a una iniziativa. Le conseguenze di questo modo di vivere sono varie, e spesso le constatiamo nella vita di tutti. L'ovvietà delle cose trasforma i desideri, o addirittura i capricci in diritti, quando non addirittura in pretese. Magari passando sopra al buon senso, o al senso del limite. Se tutto è dato per scontato, tutto posso volere e ottenere.
La mancata percezione della straordinarietà di ciò che sta nella vita me ne fa apprezzare il valore solo quando esso viene a mancare. Quante volte abbiamo scoperto l'importanza di una persona, di una occasione solo quando esse non sono più presenti. Occorre, invece, cogliere la bellezza e l'unicità di ciò che abbiamo, che ci viene donato, quando c'è, adesso. Questo, dunque, l'insegnamento del Vangelo.

Così è pure per la nostra esperienza di fede, per il dono della chiamata di Dio alla salvezza. Soltanto riconoscendone la grandezza e la straordinarietà diventeremo capaci di corrispondervi autenticamente, appassionatamente. Grazia a caro prezzo, direbbe il grande Dietrich Bonhoeffer.
Proprio con un suo testo possiamo, allora, concludere la nostra riflessione, chiedendo al Signore nella preghiera, l'aiuto per poter portare l'abito nuziale alla sua festa. L'abito di chi a capito l'eccezionalità di ciò che sta vivendo.

“La grazia a buon mercato è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato.
...Grazia a caro prezzo è il vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve sempre di nuovo bussare.
È a caro prezzo, perché chiama alla sequela; è grazia perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo perché costa all'uomo il prezzo della vita, è grazia perché proprio in tal modo gli dona la vita; è a caro prezzo perché condanna il peccato, è grazia perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata cara a Dio, perché gli è costata la vita di suo Figlio, e perché non può essere a buon mercato per noi ciò che è costato caro a Dio.”


                                                                                     don Gian Piero