san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
II Domenica dopo la Dedicazione – 1 Novembre 2015 (B)

Luca 14, 1a. 15-24

Un sabato il Signore Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei. Uno dei commensali gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Commento:
 

LA PARTECIPAZIONE DELLE GENTI ALLA SALVEZZA

L’altro, il “prossimo” è chi ti sta vicino, chi vedi, senti, puoi toccare… ma che può anche farti male. Può odiarti, maledirti e trattarti male. E può percuoterti, strapparti il mantello. La nostra logica nelle relazioni è di confine: la protezione dell’io, la sicurezza. Ragionevole. La pagina evangelica suggerisce il disarmo e la dismisura. Sovrabbondanza. Non è da noi. Anzi. Oggi è invocata e insegnata l’arte della difesa personale, la sicurezza (la nostra, s’intende)… O forse di più: la dissoluzione del prossimo dalla mente, dalle relazioni, dalla socialità. Nel nome dell’IO. (1. F. CECCHETTO, Testi inediti).

 

Proprio perché “non è da noi”, dobbiamo imparare dal Dio della rivelazione quella sovrabbondanza, quell’altra faccia dell’agire che ci permette di “comprendere”, di “tirare dentro” nella nostra cerchia anche il diverso e lo straniero, che riteniamo essere sempre «troppi»:

Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più. (2. Z. BAUMAN, Vite di scarto, Traduzione di M. ASTROLOGO (I Robinson / Letture), Editori Laterza, Roma – Bari 2005, p. 45).

 

Il Vangelo di Gesù è una potenza che sconvolge e rivoluziona il nostro cuore e la nostra vita. Ci è necessaria una sola condizione (e non si tratta di buona volontà!): che davvero a noi sia dato dal «Dio della perseveranza e della consolazione di avere gli uni verso gli altri lo stesso modo di sentire secondo Cristo Gesù» (cf Epistola). Noi siamo capaci soltanto di gridare: «Io sono mia…». La preghiera biblica ci invita a pregare: «Noi siamo suoi». Il fondamento del filosofo è una falsa evidenza: Cogito ergo sum. Il fondamento dell’esperienza profetica e battesimale è l’evidenza veramente originaria: Cogitor ergo sum! (Considerazione di W. RUDOLPH, Jeremia (HAT 1 / 12), J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), Tübingen 1947, 31968, p. 35, a partire da Ger 1,5).

 Da questo essere pensati da Dio ab initio sgorga la forza per la nostra perseveranza e la nostra consolazione. E – soprattutto – la capacità di mostrare l’altra faccia della vita. Vi è certo una percezione molto diversa nel leggere il tema della partecipazione delle genti alla salvezza nel contesto culturale contemporaneo, segnato dalla globalizzazione, rispetto al contesto storico-salvifico del Giudaismo del I secolo, quando Paolo con il suo evangelo a riguardo del Cristo crocifisso e risorto afferma che «non vi è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio o femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Per l’apostolo erano giunti gli ultimi tempi annunciati dai profeti (cf Lettura), tempi in cui Israele e le genti avrebbero partecipato insieme alla salvezza (ješû?â) di JHWH ovvero al compimento del suo piano di giustizia (?edaqâ) per tutta l’umanità, persino per gli eunuchi e per gli stranieri. Prima della creazione del mondo il Creatore aveva pensato l’umanità a immagine del Figlio. Ora, nel quadro della storia concreta, quel progetto di comunicarsi a una umanità di figli creati a immagine del Figlio si concretizza in un atto di perdono (?edaqâ) che si offre nella croce di Gesù (ješûa ?) alla decisione di fede di tutti (cf Epistola). Il disegno salvifico di JHWH, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, è attestato dal modo di agire di Gesù (cf Vangelo): ogni suo gesto, ogni sua parola interpreta le Scritture, che sono uno scrigno prezioso e una fonte inesauribile della sapienza della scriba fatto discepolo del regno dei cieli che attende con il Figlio dell’Uomo glorificato la συντ?λεια («la sintesi finale», cf Mt 28,20) della storia.

 (brano tratto dal commento di mons. G.Borgonovo)

 

Mi sembrava importante riportare questo testo come introduzione alla comprensione del tema di questa domenica: LA PARTECIPAZIONE DELLE GENTI ALLA SALVEZZA.

Quanto a noi, vorrei che ci chiedessimo, innanzitutto, che effetto ci ha fatto la pagina di Vangelo che abbiamo ascoltato: che sapore ci ha lasciato in bocca, come lo sentiamo? Probabilmente duro, anche difficile da accogliere. Non ci piace questo Gesù che qui non pare per nulla accogliente.

Torniamo allora a considerare più da vicino il testo: con chi non è accogliente? Perché? Per rispondere è necessario prendere in considerazione non solo questo brano ma anche il contesto. Gesù dice queste parabole (questa e quella precedente) per i farisei, per quello che lo ha invitato e per quelli come lui.

Cos’hanno che non va? Hanno che ritengono di non essere bisognosi di salvezza; pensano che la loro osservanza della legge li ponga al sicuro da ogni giudizio; Dio è solo quello che deve confermare la loro giustizia e aprire loro le porte del Regno… Un po’ come farebbe un usciere. Loro ne hanno diritto! In compenso si adirano se questo Gesù libera un uomo dal male in giorno di sabato; salverebbero il loro asino o il loro bue, ma questo uomo no! (cf Lc 14,1-6). Per Gesù il rifiuto dell’invito della nostra parabola è rifiuto ad apprezzare ciò che Dio fa in Gesù per la nostra liberazione e rifiuto di accogliere la sua logica ed il suo stile che lo portano a preferire “poveri, sordi, ciechi e zoppi”. Non deve essere stato simpatico sentirsi sopravanzare da queste categorie nella considerazione e nelle preferenze di Gesù. La logica di questo rabbi li imbarazzava. E non continua ad imbarazzare/scandalizzare anche noi (che non siamo né poveri né ciechi né zoppi né storpi) e a farci sentire un certo fastidio l’udire che i primi invitati sono stati totalmente e definitivamente tagliati fuori? È un male il non essere poveri, ciechi, sordi e zoppi?

Non è un male, direbbe Gesù, se ti sai ritenere bisognoso di salvezza anche tu, se “non ti esalti” e, riconoscendo il tuo essere “dalla terra”, come tutti, ti lasci tirar dentro dallo stile di questo Gesù, sai ringraziare per i doni ricevuti e li usi perché nessuno si senta tagliato fuori. Quello che provi tu di fronte all’eventualità di essere escluso non farlo provare ad altri!

Concludo: anche questo vangelo traccia una pista per un cammino di santificazione: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”, proprio come è successo a Gesù che il Padre ha esaltato perché “da ricco che era si è fatto povero, per arricchire noi della sua povertà”. Questa è l’opera di Dio, ricco di misericordia.