san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
II Domenica dopo l'Epifania - 18 Gennaio 2015
Giovanni  2, 1-11

In quel tempo. Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Commento:
Nel Quarto Vangelo, l’acqua cambiata in vino a Cana apre la rivelazione del Figlio Unigenito, che è “esegesi” del Dio invisibile (cf Gv 1,18), dapprima nel Libro dei segni (Gv 1,19 - 12,50) e poi nel Libro della gloria (Gv 13,1 - 20,31). Vi sono sette segni, inaugurati appunto dalle nozze di Cana (2,1-11), cui seguono la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, sempre a Cana (4,46-54), la guarigione del paralitico presso la piscina di Bethesda (5,1-15), la moltiplicazione dei pani e dei pesci in Galilea (6,1-15), l’attraversamento del Mare di Galilea (6,16-21), la guarigione del cieco dalla nascita a Gerusalemme (cap. 9) e la risurrezione di Lazzaro a Betania (cap. 11). Già il primo segno è un anticipo, a motivo di diversi elementi simbolici, del momento culminante del Libro della gloria, l’ora della croce gloriosa, quando il Figlio «consegna lo Spirito» (Gv 19,30) e, a seguito del colpo di lancia inferto al suo costato da uno dei soldati, «subito ne esce sangue e acqua» (Gv 19,34).

Per la tradizione giovannea il Figlio di Dio «è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e i tre sono concordi» (1 Gv 5,6-8).

Il banchetto, e in particolare il banchetto nuziale, ha una profonda carica simbolica, ampiamente sfruttata dalla pagina della Lettura del profeta Isaia, quale promessa che avrà come esito la vittoria sulla morte e quindi la rigenerazione della creazione. È la sconfitta definitiva del Grande Nemico, la Morte, a portare a compimento l’opera creatrice di Dio nella pienezza del progetto del Creatore, ovvero la Sua mano potente che si posa sul monte Sion.

La promessa profetica non ha un compimento vago e indeterminato, ma mira alla Pasqua di Cristo Gesù: qui la Creazione e la storia della salvezza intessuta da JHWH con Israele trova il suo punto di approdo. JHWH, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, porta così a perfezione la rivelazione dell’immagine che Egli voleva manifestare a quell’umanità che aveva deciso di scegliersi come partner, singolare interlocutore di libertà e di conoscenza (cf Gn 1,26-27).

A coloro che aderiscono al suo progetto è dato il compito di non tradire la rivelazione dell’autentica conoscenza del mistero di Dio «con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo» (Col 2,8; cf Epistola), perché in Cristo «dimora tutto il pleroma della divinità in forma corporea e voi [ne] siete ripieni in Lui, che è il capo di ogni Principio è Potenza» (Col 2,9-10).

VANGELO: Gv 2,1-12

Il “primo segno” ha grande rilievo nel Quarto Vangelo, anzitutto dal punto di vista cronologico, in quanto dà inizio al “sabato” in cui agisce il Figlio dell’Uomo.
La struttura settimanale ritorna per due volte, all’inizio e alla fine del vangelo, con una scansione troppo marcata per passare inosservata, anche se variamente interpretata dai commentatori.
A partire dal giorno in cui Giovanni il Battista rende la sua testimonianza a Gesù (Gv 1,19-28), si ha una prima sequenza di giorni: «il giorno dopo» (Gv 1,29. 35. 43) e «il terzo giorno» (Gv 2,1), ovvero il giorno sesto di questa prima settimana, che allude al giorno della creazione dell’uomo e della donna in Gn 1. Con la notazione di Gv 2, «dopo questo», la sequenza sfocia in un voluto nascondimento dei «giorni», eccetto le emergenze del «sabato» (Gv 5,9. 10. 16. 18; 7,22. 23(2x); 9,14. 16).
Da qui in avanti inizia la sequenza di segni che conducono il lettore a vivere il giorno del Figlio dell’Uomo sino al compimento della sua “ora”, preannunziata dalla sovrabbondante quantità e insuperata qualità di quel vino. Tuttavia, prima di andare oltre al «sabato», bisogna percorrere un’altra settimana.
Lo schema settimanale viene infatti ripreso alla fine del Vangelo, quando si avvicina la pasqua, quella che in Gv 12,1 non è più ricordata come «la pasqua dei Giudei». È la pasqua che cade in un «grande sabato» e sfocia al di là dei sabati.
La struttura della pagina è indotta dalle relazioni dei personaggi in scena, fra una breve ambientazione dell’evento (vv. 1-2) e la conclusione teologica del quadro (v. 11). Ciascun incontro, introduce i personaggi del quadro seguente: così il dialogo tra Gesù e sua madre introduce i servi; il dialogo tra Gesù e i servi introduce l’architriclino (il responsabile del banchetto), il quale è il solo a riferire allo sposo.

vv. 1-2: Dopo l’allusione del segno del sandalo utilizzato dal Battista per annunciare lo sposo messianico, titolo che il Battista darà esplicitamente a Gesù in Gv 3,29-30, la circostanza di un matrimonio assume immediatamente una valenza epifanica singolare. Il fatto che avvenga a Cana di Galilea non deve portare a fantasticare troppo: i dati minimi e importanti sono che quel matrimonio avviene in un paesino insignificante, almeno quanto Nazaret, e in una zona non rinomata per vigneti e vino. Cana è anche il punto di partenza della predicazione e dell’attività di Gesù con il popolo, secondo Gv 4,46.
La notazione del «terzo giorno» è importante per il computo della settimana con cui inizia il Quarto Vangelo. Con il segno di Cana, si è al giorno sesto, il giorno della creazione dell’umanità in quanto maschio e femmina. Questo evento avviene dunque quando inizia la rivelazione del Figlio d’Adamo, che attraverserà un lungo sabato sino al cap. 11. In effetti, molti dei segni seguenti si svolgeranno proprio di sabato e altre notazioni riguardanti i giorni della settimana sono volutamente trascurate.
La presentazione della Madre di Gesù senza ricordarne il nome è un primo rimando a Gv 19,25-27 (cf anche Gv 6,42). La figura importante della Madre nel quadro narrativo seguente avrà bisogno di una spiegazione circa il suo valore simbolico, anche perché la presenza di Gesù non è strettamente legata alla presenza di sua Madre. È solo una presenza concomitante con un Gesù che per la prima volta è presentato come un maestro, che si presenta ufficialmente portando con sé un gruppo di discepoli. È vero che nei passi precedenti erano stati presentati diversi personaggi che sarebbero diventati poi suoi discepoli, ma era un incontro quasi individuale con ciascuno di loro. Qui Gesù entra in scena con un gruppo di discepoli.

vv. 3-5: Il vino in un pranzo di nozze è l’elemento necessario per la festa. Ma queste nozze sembrano fermarsi perché non hanno più vino. È un elemento simbolico importante, come il freddo dell’inverno di Gerusalemme in Gv 10,22-23. Il Cantico, del resto, inizia proprio mostrando il parallelo tra il vino e l’amore (Ct 1,2; e poi 7,10 e 8,2). L’antica alleanza sinaitica, che avrebbe dovuto significare la gioia di conoscere quanto Dio vuole da Israele (cf Bar 4,4), sembra essere naufragata. In questa situazione di mancanza di vino-amore interviene la Madre.
Nel contesto dunque del matrimonio che si sta festeggiando, è importante anzitutto notare il fatto che la Madre non sia chiamata per nome, che non si rivolga a Gesù chiamandolo figlio, come Gesù non si rivolga a lei chiamandola madre. Si tratta dunque di un rapporto che vuole mettere in luce quella relazione che i figli d’Israele hanno vissuto nella fedeltà a Dio, sperando ancora nelle sue promesse (cf già Natanaele in Gv 1,47). Ella ha riconosciuto il Messia e la sua speranza è centrata su di lui.
A una prima lettura, la risposta di Gesù sembra respingere ogni richiesta della Madre: «Che ne viene a me e a te, donna?». Nel contesto, il significato più ovvio sembra essere quello del disinteresse per i due interlocutori in gioco, nel senso: «Che ne viene a noi?».
Questo sta a dire il relativo disinteresse per quanto è avvenuto della prima alleanza sinaitica: l’opera di Gesù non è vincolata al passato, ma al dono dello Spirito, che sarà consegnato nell’ora della croce. Dunque, il «vero» Israele rappresentato dalla Madre si accorge della sua condizione di insufficienza, ma non è in grado di prevedere come e quando sarà dato di ricevere lo Spirito, se non a partire da quanto stabilito dal Padre.
La condizione è di mettersi a completa disposizione del Messia, per comprendere che cosa questi può dare al «vero» Israele perché è la parola del Messia ad esprimere come sarà l’adempimento della prima alleanza.

vv. 6-8: Le giare sono rovesciate a terra. Esse sarebbero dovute essere piene di acqua per la purificazione; e invece erano vuote. Avrebbero potuto contenere dai 77 ai 117 litri d’acqua ciascuna; e invece erano vuote. Erano di pietra, come le tavole della prima legge: vi è bisogno dello Spirito per dare vita alla prima alleanza e per fare in modo che davvero si dia la purificazione interiore (cf soprattutto Ger 31,31-34 ed Ez 36,24-28). Di più, si dice che siano sei le giare: è l’incompiutezza che anela alla pienezza del sette, anzi al superamento escatologico dell’otto, che si darà soltanto dopo la risurrezione. È la prima alleanza che - nonostante la santità della Torà - non riesce a portare Israele al compimento di quanto essa rivela: manca quel vino-amore che porta la legge non solo ad essere un comandamento scritto su tavole di pietra, ma - molto di più - ad essere una legge viva, trascritta in ogni atto di vita sulle tavole del cuore. «Vino nuovo in otri nuovi» (cf Mc 2,22 e parr.).
«Servire» è il termine tecnico in Deuteronomio per indicare il rapporto di alleanza tra il partner minore Israele e il suo Dio Jhwh. I «servitori» dunque eseguono l’ordine di Gesù, che li mette nella condizione di capire quanto vuote siano effettivamente le giare. Lo capiscono molto bene, perché le riempiono fino all’orlo.
L’opera di Gesù non distrugge e non butta via quanto di bene Israele aveva costruito, ma viene in soccorso perché davvero possa compiersi la nuova alleanza, in cui non ci sarà più bisogno di istruirsi gli uni gli altri, perché il Maestro interiore che è lo Spirito scriverà la legge sulle tavole del cuore.

vv. 9-10: L’ordine di Gesù di portare al responsabile del banchetto l’acqua cambiata in vino (v. 9) mette in luce che per riconoscere la novità della nuova alleanza bisogna sapere che quel vino proviene dall’azione di Gesù. Ciò che Gesù offre è la relazione nello Spirito e il dono di amore che proviene dalla croce. Cana infatti rilancia all’ora della croce: è in quell’ora che si manifesterà l’amore di Gesù sino all’estremo e a tutti sarà consegnato lo Spirito. Ecco il senso della nuova alleanza compiuta da Cristo Gesù.
Il dolce rimprovero finale del responsabile del banchetto allo sposo (v. io) mette in luce che davvero si ha a che fare con un vino nuovo e che tale vino nuovo è migliore del precedente. Anche in questo passo è in gioco l’ironia di cui è disseminato il racconto giovanneo: quello che il responsabile del banchetto riceve senza comprendere è solo un primo assaggio di quanto avverrà al momento della croce, quando effettivamente si realizzerà la nuova alleanza e sarà consegnato lo Spirito.
Per questo è possibile scorgere anche un’allusione al vino dell’eucaristia, che per Giovanni sarà il modo di produrre nella carne e nel sangue dell’umano la vita piena della nuova alleanza: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita piena e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).

v. 11: La conclusione è molto importante perché segnala che inizia una serie di segni, nel grande sabato del Figlio dell’Uomo. Ogni segno compiuto da Gesù sarà la manifestazione della sua gloria e l’invito a credere in Lui: tutto questo è iniziato a Cana, quando per la prima volta «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». Cana non è solo il primo dei segni operati da Gesù, ma anche il loro principio, il loro modello e la loro origine. Tutti i segni del Quarto Vangelo sono una manifestazione di quell’amore che raggiungerà il suo vertice nell’«ora» della croce.

Per meditare

Questo primo segno avviene in una festa di nozze, come ad indicare la profondità e bellezza della relazione che Gesù intende costruire con chi crede/aderisce a lui. Non dobbiamo aver paura se non abbiamo più vino. La madre di Gesù ci dice cosa dobbiamo fare perché non manchi la gioia del Vangelo nella nostra vita.

-    Quello di Cana è “l’inizio dei segni”. Il  tempo liturgico, da qui in avanti, ci mostrerà gli altri segni di Gesù (fino a quello supremo della morte in croce per amore) con l’invito a fare nostro ciò che Maria dice ai servi: “Qualunque cosa vi dirà, fatela”. Cosa mi chiede di fare oggi? Ho il cuore pronto ad ascoltare e a fare la sua parola? La ascolto, di fatto, così da poterla fare?

-    “Confessare che Gesù è da Dio. Il compito dei segni è di inoltrarci nella profondità della conoscenza del mistero di Gesù. Per noi che conosciamo la cronaca e abbiamo la stoffa della transitorietà, c’è lo sconcerto di essere chiamati a vedere oltre il segno ed essere trascinati dentro al mistero. La ragionevolezza imporrebbe di vedere le cose che ci sono e non oltre. Ogni trascendimento e capacità di vedere sono il dono della sovrabbondanza del Dio che ama e fa nozze con noi.
Così il Quarto Vangelo si offre a noi. Sovrabbondante di segni, di ulteriori significati da scoprire e da contemplare. Fino al segno più radicale della croce, spazio in cui nessun appariscente miracolo accade. E tuttavia la nostra fede trova là fondamento.
Ogni segno di Gesù chiama il commensale della relazione con lui a riconoscerlo. Nel segno della sponsalità donata non c’è la paura che qualcosa manchi. Puro accoglimento oltre la nostra misura, inizio del settimo giorno. Da questa caparra di infinità è possibile sottrarre, svuotarci per fare posto al vino nuovo della via, della verità e della vita, non per privazione, ma per beatitudine. Nella festa di nozze non c’è posto per l’avarizia, per l’angustia, per la distanza.
È così!
Ogni volta che la sovrabbondanza di Dio si offre ai nostri giorni e alle nostre vite.
L’alleanza nuova, la Legge trasformata in Spirito (energia), dono oltremisura.
L’amore si vive, non si argomenta.
Il vino delle nozze si tinge di sangue.
Gesù traccia la via per seguirlo fino alla gloria, manifestata sulla croce.
In questa festa nuziale l’amore è l’amante.
Il dono totale è sempre incalcolabile.
Nell’amore sovrabbondante, muoiono le parole”. 1


1 F. CECCHETTO, Testi inediti.