san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
I Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore - 1 Settembre 2013 (C)

Matteo 4, 12-17

In quel tempo. Quando il Signore Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:  «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,  sulla via del mare, oltre il Giordano,  Galilea delle genti!  Il popolo che abitava nelle tenebre  vide una grande luce,  per quelli che abitavano in regione e ombra di morte  una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».          
Commento:
Carissimi,
              
              Il Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato riporta una delle prime parole pronunciate da Gesù, che evidentemente voleva riprendere la predicazione stessa di Giovanni Battista che era stato nel frattempo arrestato. Questa parola è l'invito alla conversione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli  è vicino”. Gesù in questo momento non aggiunge altro, quasi a lasciare che siano i suoi ascoltatori a cercarne il senso profondo e personale. È certamente densa di significati questa parola, allora come oggi, ed è proprio per questo che, alla luce della Parola di Dio che la Liturgia oggi ci propone possiamo interrogarci e dire: Cosa significa per noi, per me, oggi questo invito? Cosa significa in questo giorno di ritorno alla vita quotidiana dell'Università, magari proprio al suo inizio? Cosa significa in questo momento complicato e anche preoccupante della realtà internazionale? (è immediato volgere il nostro pensiero alla tragedia siriana).

Forse una prima risposta semplice ma assai forte ci viene dalla pagina del profeta Isaia che abbiamo ascoltato a proposito dei desideri e delle aspettative del popolo di Israele, che somigliano tanto spesso alle nostre stesse aspettative. “Essi dicono ai profeti: Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni”. Convertirsi e avvicinarsi al Regno dei cieli significa anzitutto uscire da una illusione circa la nostra esistenza, circa la sua spensieratezza, la sua banalità, allontanarsi da una prospettiva fatta di superficialità e faciloneria che accompagna così spesso un certo modo di parlare della vita. Anche a vent'anni la vita non è una favola, nemmeno un’avventura, un gioco. Che cosa è, dunque? La vita è un mistero, starei per dire un dramma, dove si mescolano passioni, gioia, felicità, sofferenza, miserie in una sintesi inestricabile e umanamente impossibile da decifrare. Ma in questo mistero, in questa ombra “Il popolo vide una grande luce”. È la luce di Gesù, è la luce della fede. A questo siamo chiamati: anzitutto a convertirci.

In questo contesto troviamo anche una seconda risposta, dalla parola di san Paolo ai Romani che abbiamo ascoltato. “Per mezzo di Gesù abbiamo l'accesso alla grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”. Così come ci troviamo, dice quindi san Paolo, possiamo vantarci della grazia di Dio che ci accompagna e ci sostiene. Questo è il secondo passo della nostra conversione. Quante volte il nostro essere credenti è stato motivo di vanto? Quante volte invece, anche interiormente, è stato motivo di fatica o di lamentela?

Tutto questo può diventare autenticamente possibile se sapremo ritrovare il senso dell'accoglienza reciproca che ci aiuta a guardare le cose della vita nella loro verità e a metterci in gioco senza paure. Cosi come ci insegna una esemplificazione sapienziale del mondo ebraico che desidero leggere in conclusione.
Un giorno un rabbino domandò ai suoi studenti: “Come si fa a dire che la notte è finita e il giorno sta ritornando? Uno studente suggerì: “Quando si può vedere chiaramente che l'animale a una certa distanza è un leone e non un leopardo”. “No”, disse il rabbino. Un altro disse: “Quando si può dire che un albero produce fichi e non pesche?” . “No”, disse ancora il rabbino.
“È quando si può guardare il volto di un altro e vedere che quell'uomo è tuo fratello. Poiché fino a quando non siete in grado di fare questo, non importa che ora del giorno sia, è ancora notte”.

Preghiamo il Signore perché possiamo vivere nella luce del giorno.

                                                                                     don Gian Piero