san ferdinando
Liturgia: Vangeli e Commenti
Battesimo del Signore - 12 Gennaio 2014 (A)

Matteo Mt 3, 13-17

In quel tempo. Il Signore Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».  
 

Commento:

 Carissimi,
 
                La pagina che racconta il Battesimo di Gesù riveste una particolare importanza nell'insieme delle narrazioni evangeliche perché mette in luce due grandi aspetti, due momenti importanti dell'esperienza del Signore.

Il primo momento è il Battesimo vero e proprio. Gesù, ponendosi insieme ai peccatori (che ricordiamo il Battista redarguiva risolutamente invitandoli alla conversione), chiede a sua volta di essere battezzato da un Giovanni imbarazzato e a disagio. Questa scelta di Gesù di mettersi dalla parte dei peccatori dice evidentemente l'importanza che il Signore attribuisce a questa condizione e ci fa interrogare proprio su cosa significa essere peccatori.
La risposta non è così ovvia, lo testimonia il fatto che se noi pensiamo ai nostri peccati (alle nostre confessioni per esempio), a volte facciamo fatica a definirli. Cosa facciamo di male, in fondo, ci domandiamo. Oltretutto, viviamo in una realtà, in una cultura che tutto sembra giustificare, motivare, ridurre a semplice opinione o preferenza. Nulla è bene e nulla è male, sembra suggerirci.
In realtà il peccato, l'essere peccatore è la condizione umana che ci fa percepire la vicinanza del limite, della pochezza, della cattiveria, del male stesso. Una percezione che talvolta è connaturata alla nostra stessa personalità, pensiamo ai nostri cosiddetti difetti, per esempio. Come è difficile governarli e quindi facilmente farli diventare motivo di fatica se non di sofferenza per noi stessi e per gli altri (egoismi, ossessioni, invidie, paure, imposizioni ecc.).
Una percezione, una vicinanza, dunque, che si traducono in gesti, scelte, decisioni (Gen 4). Una vicinanza che può diventare addirittura abitudine (penso al libro di Hanna Arendt “La banalità del male”).

Il secondo momento del racconto evangelico è la manifestazione di Dio che proclama Gesù suo Figlio amato in cui pone compiacimento. Colui che condivide la condizione dei peccatori può dunque riscattarli, in lui l'amore di Dio e il suo compiacimento si estendono a ciascuno dei suoi discepoli, a ciascuno di noi.

Cosa ci insegna oggi tutto questo, cosa ci aiuta a comprendere?  Forse che in Gesù le nostre ambivalenze, il nostro essere contemporaneamente peccatori e redenti, limitati ma amati, diventano le dimensioni più autentiche della nostra dignità, della nostra stessa grandezza. Possiamo sentirci veramente nella pace se con Gesù (II lettura) recuperiamo una pienezza di vita che comprende e accetta anche le miserie, i limiti, gli stessi peccati, sapendo che il Signore dà loro un senso, li ha condivisi, li può redimere.

Diversamente possiamo soltanto oscillare tra la tentazione della superbia nel sentirci bravi, o l'abbattimento che nasce dalla propria pochezza.

Invochiamo l'aiuto di Dio affinché sappiamo custodire la vera pace di Gesù.


                                                                                  don Gian Piero